giovedì 3 novembre 2016

Racconto 1# (Le ombre delle bestie -parte 1- )

Le ombre delle bestie

Non avrei mai pensato di finire in una situazione simile. Il freddo era pungente, sentivo come se centinaia di spilli ghiacciati fossero sul punto di penetrarmi la pelle. La neve, non accennava a diminuire la sua caduta dal cielo. Non vedevo quasi nulla, e per lo più iniziava a fare buio. Arrancavo ad ogni passo. Ogni tanto fermavo la marcia, mi appoggiavo ad un albero con la speranza di recuperare parte delle energie. Il mio respiro affannoso creava nuvole bianche davanti al mio viso. Respiravo con la bocca, facendo entrare il freddo, e gli spilli pungevano anche dentro di me a quel punto. Penetravano la gola e i polmoni, ma non volevo respirare con il naso. Avrei sentito ancora di più l’odore del sangue. La giacca che portavo ne era piena.
Ripresi la marcia dopo aver sentito un rumore alle mie spalle, non sapevo se era un cumulo di neve che cadeva da un ramo, o il lontano rumore di uno dei miei inseguitori.
Pregai fossero lontani.
La paura mi fece muovere, cancellando parte della stanchezza.
Ciò nonostante la mia andatura non si fece più veloce.

Dovevo raggiungere una delle baite per la caccia sparse per la montagna. Era l’unico modo per ripararmi dal freddo. E magari li avrei trovato un modo per chiedere aiuto, o armarmi.
Ormai il sole stava calando quando vidi una luce, ero salvo! Una delle baite era occupata.
Iniziai a correre.
Inciampai cadendo sulla neve fresca, e iniziai a nuotare per non fermarmi. Era una cosa che facevo da piccolo. Quello che un tempo era solo un passatempo, un gioco che facevo con i miei fratelli, era diventato un modo bizzarro per arrivare al luogo della mia salvezza.

La neve arrivava fino ai bordi delle finestre, si intravedeva la luce. Un fuoco magari, lo speravo davvero.
Mi buttai sulla porta, e iniziai a bussare.

<<C’è qualcuno?! Non sono uno di loro, aprite vi prego!>> Iniziai a martellare la porta con i pugni per farmi aprire.
Quando si aprì fui spinto indietro cadendo a terra. Alzai lo sguardo.  
Tom mi puntava un fucile a canne mozze davanti alla faccia. Il suo sguardo sia duro che spaventato, si addolcì appena mi riconobbe. Io mi ero tolto il cappuccio della giacca immediatamente dopo aver visto l’arma.
<<Cristo Santo Al, per poco non ti ammazzavo!>>
Mi afferro per un braccio prima di poter replicare, trascinandomi dentro.
Altri due fucili da caccia mi furono puntati contro.  Uno era di Adam, che si abbasso quasi subito, l’altro era di un individuo che cono conoscevo. Ma anche lui capì che non ero una minaccia guardano la reazione degli altri due.
Io rimasi in ginocchio, con le mani mezze alzate in segno di resa. Anche se non c’era bisogno.
La porta si richiuse alle mie spalle.
<<Cazzo Al, in piedi forza.>>
Mi alzai lentamente mentre Tom mi porgeva un asse di legno.
<<Aiutaci a barricare le finestre, poi parliamo. Se ci hai trovato tu possono farlo anche quei cosi.>>
Intanto Adam e l’altro tizio eseguivano l’ordine su una delle finestre, mentre Tom mi spingeva verso l’altra.
Senza esitare ancora, appoggiai l’asse sulla finestra aspettando che Tom la inchiodasse. Poi guardando a terra vidi le altre, e ripetei l’operazione.
Il tutto durò solo pochi minuti.
Le finestre erano sigillate. Tom però non era soddisfatto del lavoro, sapeva che non avrebbe retto se fossero arrivati. Ma almeno era utile per nascondere la luce. Ma per essere pienamente sicuro che nessun spiraglio filtrasse, Tom prese delle coperte e le inchiodò sopra le finestre.
<<Spero basti.>>
Fece un respiro rumorosissimo, e si allontanò di qualche passo per controllare il lavoro.
Io intanto pensavo alla mia fortuna. Avevo visto la luce appena in tempo, prima che loro sigillassero del tutto ogni fessura.
Sarei passato accanto alla baita senza notarlo, e nel migliore dei casi sarei morto assiderato.

L’ondata di calore del camino mi investì la schiena. Senza aspettare che gli altri dicessero una parola mi girai e mi avvicinai alle fiamme inginocchiandomi davanti al fuoco con le mani protese in avanti.
Era la sensazione più piacevole del mondo. Quel tepore, così intenso, penetrava attraverso i vestiti e toccava la pelle. Era così piacevole che quasi mi mettevo a piangere per la gioia.
<<Al, mi senti?>>
Tom mi stava scuotendo la spalla.
<<Si si, ti sento.>>
<<Ti hanno seguito?>>
Mi girai per guardare il mio interlocutore. Tom mi guardava con occhi speranzosi.
<<Non lo so.>>
Tom rimase a fissarmi un secondo, poi fece sì con la testa poggiandomi una mano sulla spalla e alzandosi guardò gli altri.

Sentii a quel punto dei rumori.
Passi.
La sensazioni di panico fu immediata. Ma durò solo un piccolo istante, non provenivano da fuori. Ma dall’altra stanza.
La baita era divisa in tre stanze, più un seminterrato e una piccola soffitta che fungeva da essiccatoio.
Io non ero mai stato lì, ma conoscevo quel tipo di costruzione essendo un abitante della montagna.
Vicino alla parete, a sinistra del camino, si aprì una porta dalla quale uscì una donna.
Elena aveva la testa fasciata. Dalle bende spuntavano le ciocche dei suoi capelli ricci. Appena mi vide si butto su di me per abbracciarmi. A quel punto la sensazione di piacere che avevo provato sentendo il calore del fuoco, non mi sembro più la cosa più piacevole del mondo. Ma la seconda.
<<Credevo fossi morto.>>
Ricambiai il suo abbraccio.
<<Anche io credevo che ti avessero presa.>>
Tom si avvicinò a noi mentre Adam e l’altro uomo entrarono nella stanza da cui era uscita Elena.
<<L’abbiamo trovata io e José. Uno di quei cosi la stava inseguendo vicino alla pompa di benzina del vecchio Bill. Noi avevamo investito un paio di loro, e il furgone di José si è rotto. Cercavamo pezzi di ricambio ma non c’era niente. Solo il cadavere del vecchio Bill mezzo mangiato, e la sua testa che si contorceva e cercava di mordere noi. Ha fatto da esca per salvare Susan ma gli è andata male. >>
Guardai Elena negli occhi mentre ascoltavo il racconto di Tom.
Erano velati di lacrime, ma il suo azzurro era sempre intenso come il mare. Pensai a quanto ero stato egoista nel tentare di salvare la mia vita, senza addolorarmi per la perdita della donna che amavo. Avevo ascoltato la conversazione che c’era stata fra lo sceriffo e la stazione radio.
Erano entrati sfondando la porta e avevano iniziato ad aggredire tutti, a mordere e sbranare. Si sono sentiti alcuni spari e poi solo urla. Fino a che lo sceriffo non aveva lanciato contro il muro la radio facendola a pezzi.
Le urla di Elena mi erano rimaste in testa fino a che non erano venuti a prendere noi. A quel punto non le avevo più sentite.
<<Scusami.>>
Iniziai a piangere.
<<Per cosa?>>
<<Per non averti protetto.>>
<<Tu non c’eri, non potevi fare niente.>>

La strinsi a me, promettendogli che non avrei più commesso lo stesso errore.

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